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Dr. Armando De Vincentiis (Psicologo specialista in Psicoterapia)
PSICOTERAPIA
(individuale, di coppia e famigliare)
terapia breve (strategica - sistemico relazionale)
AREE DI INTERVENTO
- disturbi d'ansia (panico, ossessioni, fobie)
- disturbi depressivi
- disturbi del comportamento alimentare (anoressia,bulimia,binge eating)
- counseling psicologico nelle diete dimagranti
- dipendenze da tabacco
- problematiche relazionali
- disturbi della personalità
- disturbi dell'età evolutiva
- psicodiagnosi
- disturbi della sessualità
(immagine) A Famly di Fernando Botero

IL PANICO: ECCO COME FUNZIONA
Ho un leggero stato d’ansia che non riesco a definire e sento che il cuore mi batte, non posso fare a meno di pensarci e di concentrami su queste sensazioni.
Ecco, comincio a preoccuparmi e questa preoccupazione fa aumentare il mio vissuto di ansia, questo fa si che i battiti del cuore aumentino.
Ma che succede, cosa sta accadendo al mio cuore?
La preoccupazione aumenta e, inevitabilmente, si incrementa la sensazione di ansia che fa accellerare ancora i battiti del mio cuore. Comincio ad interpretare in modo davvero negativo questo stato, sarà un malessere improvviso? Forse un infarto!?
Ed ecco che la preoccupazione si trasforma in paura, il cuore comincia ad impazzire, il respiro si fa più forte e comincio a tremare. Si, mi sta succedendo qualcosa non c’è alcun dubbio!
Queste parole che dico a me stesso fanno ancora aumentare il battito del mio cuore, cerco di prendere fiato e di respirare in modo profondo ma comincia a girarmi la testa, sembra il segnale che ormai sto perdendo il controllo, forse qualcosa sta per colpirmi è grave sarà un infarto! no forse un ictus! sto per svenire d’avanti alla gente, non so se chiedere aiuto, mi vergogno ma devo farlo, le ginocchia non mi reggono, cedono, no! sono bloccate, forse sto impazzendo, continuo a respirare, più respiro e più mi gira la testa, ora sopraggiungono anche i dolori al petto e allo stomaco è finita sto morendo!
Ecco la corsa all’ospedale NON è nulla, mi dicono, solo un attacco d’ansia.
Torno a casa ma non sono convinto della diagnosi e se mi dovesse ricapitare?
Meglio “evitare”, la sensazione è troppo brutta. Non esco più se non in compagnia!
I mesi passano ma il ricordo della sensazione è indelebile, ci riprovo ma il solo pensiero comincia a farmi tremare, il tremore mi fa paura, forse, tutto sta ricominciando. Bene è finita, ecco la condanna, non ne uscirò più?
Questo è un esempio di trappola indotta dall’INTERPRETAZIONE CATASTROFICA che un soggetto fa del suo stato, un puro processo interpretativo che induce il corpo a reagire.
Ecco come avviene il processo su descritto in termini fisiologici:
Si interpreta un malessere lievissimo in modo negativo, questo induce una leggera attivazione (paura) a sua volta interpretata negativamente e ciò la induce ad aumentare.
Si scatenano i classici meccanismi di allerta (sudorazione delle mani, aumento della pressione e dell'adrenalina) si comincia a tremare. Il tutto viene ancora interpretato negativamente.
Nonostante la respirazione sia già aumentata, la si accentua volontariamente nel tentativo di controllare la paura e di alleviare il disagio, ma questo fa si che il cervello si iperossigeni con la conseguente sensazione di vertigine ed il classico giramento di testa. Questo, ancora una volta, viene interpretato negativamente e fa aumentare in modo esponenziale la paura che, a sua volta, amplifica l’intero processo! Ecco la trappola del panico!
Imparare a modificare tale interpretazione è il segreto per uscire velocemente da questa trappola, ma sapere come funziona è già un passo avanti!
Armando De Vincentiis
www.medicitalia.it
ANATOMIA DEL DISTURBO OSSESSIVO
Per poter meglio rappresentare la dinamica di un pensiero ossessivo chiedo al lettore di effettuare il seguente esercizio.
Chi legge in questo momento dovrà tentare a non pensare ad un ELEFANTE.
Bene, il lettore, forse, si sarà reso conto di quanto sia difficile escludere dalla mente un “oggetto” nel momento in cui ci si impegna a non pensare a questo oggetto.
Il meccanismo ossessivo parte da questa base ma si complica in modo particolare nel momento in cui questo oggetto scaturisce dalla propria testa e, per giunta, è in netto contrasto con le proprie convinzioni ed il proprio sistema morale.
Ma come nasce un pensiero ossessivo?
Esso prende origine da una sorta di fantasia, quasi un’ipotesi su ciò che vorremmo o non vorremmo fare (se lasciassi la famiglia? Se cambiassi lavoro? Se modificassi il mio orientamento sessuale? Se tradissi il mio o la mia compagna? Se bestemmiassi in pubblico? E così via…) queste ipotesi, che potrebbero passare per la testa di chiunque, possono concludersi nel momento in cui si esprimono. Ma quando esse non sono consone con la nostra morale ci spaventano. Nel momento in cui ci spaventano si trasformano in veri tabù con la convinzione che questo pensiero potremmo metterlo davvero in pratica e ci sforziamo affinchè esso non si presenti più. La trappola è scattata!
Il pensiero ci fa paura e viviamo nel timore che possa ripresentarsi, ma è proprio questo timore che lo mantiene in vita dal momento in cui la paura verso qualcosa fa si che esso sia sempre presente e quindi l’oggetto principale della nostra attenzione.
Il pensiero tabù (ossessione) può fluire liberamente creando ansia e angoscia oppure, in molte occasioni, essendo troppo disturbante ci spinge a mettere in pratica altri pensieri di copertura il cui scopo è quello di proteggersi dall’idea tabù. Questi pensieri diventano dei veri e propri rituali mentali dal contenuto irrazionale, come compiere dai calcoli matematici, ripercorrere alcune vicissitudini della propria vita ecc., tuttavia anche questi rituali diventano automatici assumendo, essi stessi, una valenza ossessiva che ci perseguita e che è i grado di scattare per condizionamento, senza preavviso, in luoghi e occasioni in cui il pensiero tabù si è presentato la prima volta. Ancora una volta il tentativo di eliminarli dalla mente non fa altro che rinforzarli e renderli ancora più tangibili perché oggetto della nostra attenzione. Per concentrarsi a non pensare a qualcosa si è costretti a pensare proprio a questo qualcosa.
Il modo migliore per uscire da questa trappola è comprendere come un’ossessione funzioni affinchè si possa interrompere il circolo vizioso su descritto, mentre, la ricerca del perché, il più delle volte, non fa altro che incrementarlo alimentando dubbi e rimuginazioni sul pensiero tabù nel tentativo illusorio di comprenderne la sua natura rendendolo quindi più pregnante.
Armando De Vincentiis
www.medicitalia.it
LE NOSTRE CONVINZIONI POSSONO FARCI AMMALARE?
La gente deve essere sempre …. È giusto che in amore ci sia…. in ogni coppia deve esserci sempre….
Questi sono esempi di idee o convinzioni radicate nella mente di ogni individuo e che fanno sentire il loro effetto sul comportamento influenzandone fortemente le scelte.
Quante volte nel corso della nostra vita ci siamo sentiti incompresi, delusi o illusi di fronte a situazioni in cui gli eventi si sono manifestati attraverso modalità completamente opposte al nostro modo di vedere le cose e l’incapacità di non essere stati in grado di modificarli ci ha lanciato in veri e propri vortici di disperazione?
In quante occasioni all’interno di un gruppo di amici siamo rimasti sbalorditi dall’atteggiamento immorale di qualcuno? Ed ancora quante volte siamo rimasti scandalizzati o addirittura inorriditi da qualche strana richiesta sessuale di un nostro partner a tal punto da allontanarci da quest’ultimo?
Ogni individuo durante il corso della vita ha affrontato una esperienza del genere, tutti hanno incontrato una dimensione così diversa dalla propria visione del mondo da mandare in tilt le proprie credenze e le proprie convinzioni. Di fronte a tali situazioni ogni essere umano ha sempre reagito mettendo in atto una serie di soluzioni o di tentate tali affinché potesse affrontare o evitare il disagio derivante da questa esperienza.
Tuttavia non entriamo nel merito dei meccanismi che un individuo applica per difendersi da queste tentate soluzioni ma vogliamo osservare come delle idee o delle convinzioni si incarnino nella mente degli individui a tal punto da trasformarsi in veri e propri Miti, e sono proprio tali miti che, se delusi, creano uno stato di malessere profondo. Tutte le volte che abbiamo avuto una esperienza di delusione in un rapporto amoroso o di fiducia oppure tutte le situazioni in cui siamo entrati in contrasto con qualche idea moralmente diversa dalla nostra e ci siamo sforzati affinché portassimo dei cambiamenti con la convinzione di avere la soluzione giusta, unica e definitiva, siamo stati vittime di quella che alcuni ricercatori californiani definiscono sindrome da utopia
Questa sindrome altro non è che l’espressione di quei miti di cui abbiamo accennato, ossia delle convinzioni che, radicate nella mente, spingono un individuo a determinati comportamenti il più delle volte disfunzionali in quanto, il tentativo di adattare il mondo alle nostre credenze è quasi sempre destinato a fallire.
Non si sta riferendo a idee politiche o religiose, progetti economici o di vita, ma ci si riferisce a quelle credenze che nascono da un tipo di educazione e/o di esperienza che hanno formato un determinato modo di pensare. Ci riferiamo all’irrigidimento nei confronti di queste idee personali il cui cambiamento viene vissuto soggettivamente come sbagliato, contrario alla propria morale e/o come un tradimento verso la propria educazione. Nell’ambito di una coppia o di una famiglia il cosiddetto PROBLEMA nasce dell’irrigidimento del nostro pensiero o comportamento su determinati miti.
Il mito, quindi, altro non è che una convinzione personale su come un comportamento dovrebbe essere. Tali miti vengono appresi nel tempo e si auto-rinforzano sulla base di una logica paradossale. Una esperienza positiva ci conferma che quella convinzione (mito) di cui siamo possessori sia giusta, una esperienza negativa ci conferma che in quell’occasione la nostra convinzione (mito) sarebbe stata comunque giusta e ci si sente frustrati per non essere stati in grado di imporla al mondo esterno. Se siamo felici il mito si radica sempre più, se abbiamo un malessere, il tentativo di eliminarlo ci spinge ad irrigidirci su tale mito rinforzandolo ancora di più alimentando paradossalmente il nostro malessere esistenziale..
I miti si tramandano da una generazione all’altra proprio come i geni e si annidano nella mente attraverso processi di imitazione o interiorizzazione di alcuni modelli comportamentali o modi di pensare della propria famiglia, dei propri genitori, dei propri nonni, fratelli o gruppi sociali a noi vicini. Modelli di pensiero che assumono significati di giustezza, di valori e verità assoluta che vengono sostenuti e approvati da chi ci sta intorno. Convinzioni, quindi, che se imposte al mondo ci renderanno illusoriamente giusti e felici. I miti ci spingono verso una visione utopistica del mondo, quella visione ideale, seppur soggettiva e soprattutto illusoria, di come le cose dovrebbero essere.
Dall’esperienza psicoterapeutica è possibile tracciare qualche esempio concreto di mito radicato nella mente di un individuo, un mito che fa spesso capolino quando in seduta d’avanti al terapeuta un uomo, una coppia o una famiglia si esprime. Qualche mito concreto darà meglio il senso del discorso che stiamo affrontando.
-bisogna amarsi ed accettarsi per quello che si è
-non bisogna chiedere ma aspettare che l’altro spontaneamente dia
-certe richieste sono immorali
-una donna non deve prendere iniziative altrimenti è una poco di buono
-il proprio partner deve spontaneamente non guardare altre donne o altri uomini
-chi vede film porno è immorale e perverso
-chi si masturba in età adulta è immaturo frustrato e/o immorale
-una donna non deve masturbarsi
-ogni uomo deve essere sessualmente sempre pronto e non fallire mai
-quando si ama ogni richiesta deve essere sempre soddisfatta
-per me deve fare ogni sacrificio
-Finché si è in casa dei genitori bisogna rispettare le regole.
Questi esempi sono solo una parte delle migliaia di convinzioni utopistiche che albergano nelle menti degli individui ad alcune di queste sono certo di natura nobile e apparentemente giuste così come è anche giusto che gli esseri umani siano portatori di idee personali, tuttavia quando la loro imposizione al mondo diventa difficile o quando diventano mete irraggiungibili poiché in contrasto con filosofie differenti, si crea il cosiddetto problema. E’ il nostro mito che diventa l’autore del conflitto e della sofferenza. Quando il mito acquista un valore di verità assoluta, universale e immodificabile esso diventa patogeno, un vero e proprio parassita mentale che ci impedisce di entrare in contatto con chi ci sta di fronte e non ci permette di capire che il nostro è solo uno dei modi possibili di intendere la vita. Non possiamo avere l’idea illusoria di elevarlo a verità assoluta poiché il mito è l’espressione della nostra nicchia di appartenenza e che la famiglia della porta accanto avrà altri miti radicati e ciò che è giusto per noi non è giusto per l’altro.
Il mito nasce anche dal desiderio profondo che abbiamo su una determinata cosa e su come vogliamo che un comportamento debba essere. Ed anche in questo caso è solo un nostro desiderio che tentiamo di evolvere a realtà universale che cozza con una realtà oggettivamente differente della nostra. Cambiare il proprio mito rappresenterebbe tuttavia una fonte di malessere in quanto, quasi per una sorta di economia mentale, il cambiamento porterebbe ad uno stato di apparente disequilibrio verso il quale ci difenderemmo con tutte le forze poiché l’idea conflittuale che balenerebbe sarebbe quella che mettendo da parte il mito tradiremmo l’eredità culturale dei nostri cari. Ed ecco la battaglia con il mondo o con sé stessi, ecco come contribuiamo a costruirci il conflitto e la sofferenza mettendo in atto quegli atteggiamenti tipici della sindrome da utopia.
Alcuni attribuiscono l’incapacità di raggiungere i propri miti agli ostacoli del mondo esterno colpevolizzando quindi gli altri dei propri insuccessi e delle proprie sofferenze .
Altri attribuiscono a sé stessi questa incapacità quindi colpevolizzandosi e sentendosi delusi di sé stessi, non considerando che tale incapacità risiede appunto nella meta che ci si pone, una meta che, come abbiamo visto, risulta utopistica e quindi irraggiungibile. Questa incapacità è il nocciolo del problema che noi stessi abbiamo costruito.
Apparirà chiaro come dal mito si possano aprire le porte verso sindromi depressive o conflitti famigliari e di coppia. In quest’ultima soprattutto, il mito rappresenta un vero e proprio terzo incomodo profondamente disturbante in grado di allontanare due individui o di renderli infelici
Armando De Vincentiis
tratto da Medicitalia.it
PERCHE' SPESSO GLI ANTIDEPRESSIVI "NON" FUNZIONANO?
Capita spesso di incontrare pazienti che, nonostanto utilizzino o abbiano utilizzato antidepressivi di ogni genere per disturbi sia depressivi sia di ansia, non ottengono risultati significativi.
Una risposta interessante ci è data da uno studio apparso su una delle più prestigiose riviste mediche internazionali, il New Englan Journal of Medicine...
Lo studio ha evidenziato che i produttori di antidepressivi come il Prozac e il Paxil non hanno mai pubblicato i risultati negativi di circa un terzo degli studi farmacologici da loro condotti per ottenerne l’approvazione governativa, fuorviando i medici e i consumatori circa la reale efficacia dei farmaci.
Negli studi pubblicati, in cui si confrontava l’efficacia dell’antidepressivo rispetto al placebo, circa il 60% dei pazienti cui veniva somministrato il farmaco presentava un significativo miglioramento della depressione, rispetto a circa il 40% di quelli che miglioravano senza assumerlo (pazienti trattati con placebo). Ma se si includono gli studi meno positivi e mai pubblicati nella letteratura scientifica, il vantaggio dell’antidepressivo sul placebo si assottiglia drasticamente.
Una precedente ricerca aveva trovato un simile errore statistico nei confronti dei risultati ritenuti positivi per una varietà di farmaci; e molti ricercatori avevano posto in dubbio l’efficacia degli antidepressivi. Questa nuova analisi, che rappresenta una revisione dei dati ottenuti da 74 studi con l’impiego di 12 farmaci, è la più approfondita e aggiornata. E riesce a documentare una grande differenza: mentre il 94% dei lavori con risultati positivi trovarono il modo di giungere alla pubblicazione, di quelli con risultati deludenti o incerti solo il 14% è stato pubblicato.
“Questo è uno studio molto importante per due ragioni” ha detto il Dr. Jeffrey M. Drazen, editore del The New England Journal. “Una è che quando si prescrive un farmaco, vorremmo essere sicuri di ragionare con i migliori dati disponibili; voi non comprereste della merce conoscendo solo 1/3 della verità su di essa”.
La seconda ragione è che “si deve avere rispetto delle persone che hanno accettato di sottoporsi alla sperimentazione in uno studio clinico”.
“Queste persone si sono sottoposte ad un certo rischio nel partecipare allo studio, e poi la casa farmaceutica nasconde i risultati?” – si domanda.
In questo studio, un gruppo di ricercatori ha iniziato con l’identificare tutti gli studi sugli antidepressivi presentati alla FDA per ottenere l’approvazione dell’agenzia dal 1987 al 2004. Negli studi sono stati coinvolti 12.564 pazienti adulti con lo scopo di valutare l’efficacia di farmaci come il Prozac della Eli Lilly, lo Zoloft della Pfizer e l’Effexor della Wyeth...
Per i farmaci approvati più recentemente, i ricercatori ottenevano i dati mai pubblicati dal sito della F.D.A. Per quelli più vecchi, essi sono andati a scovare copie cartacee di studi mai pubblicati tramite colleghi o usando il Freedom of Information Act. Hanno inoltre scritto alle case farmaceutiche che hanno condotto gli studi per chiedere se eventualmente fossero stati pubblicati...
Gli autori hanno trovato che 37 dei 38 studi che l’FDA ha potuto vedere e che avevano risultati positivi erano pubblicati su riviste scientifiche. L’agenzia ha potuto analizzare 36 altri studi con risultati fallimentari o non convincenti, dei quali solo 14 erano stati pubblicati...
Il Dr. Turner,psichiatra ed ex recensore per l’FDA, afferma che il riportare, dopo averli selezionati, solo gli studi favorevoli provoca delusione nei pazienti. “Il fatto è che, io penso, le persone che desiderano prendere un antidepressivo dovrebbero essere più guardinghe nell’assumerlo, e non rimanere colpite se non funziona o credere che sia un farmaco sbagliato per loro”.
Per i medici, ha aggiunto “Ora possono smettere di chiederci ‘com’è che questi farmaci sembrano funzionare così bene in tutti gli studi e io non ottengo la stessa risposta?’”.
Il Dr. Thomas P. Laughren, direttore della divisione dei prodotti psichiatrici alla FDA, afferma che l’agenzia si è da molto tempo resa conto che gli studi con risultati favorevoli sono quelli pubblicati con maggiore probabilità nei giornali scientifici. “E’ un problema con cui stiamo combattendo da anni” ha dichiarato in un’intervista. “Non ho alcun problema ad accedere pienamente a tutti gli studi clinici; la questione per noi è come fare a mettere tutto dentro un foglietto illustrativo del farmaco”.
Il Dr. Donald F. Klein, professore emerito di psichiatria alla Columbia, ritiene che i produttori di farmaci non siano i soli ad essere riluttanti a pubblicare risultati non convincenti. Le riviste scientifiche, e anche gli stessi autori, possono lasciar cadere studi che sono deludenti. “Se quelli sono dati che hai conservato privatamente, e non ti piacciono i risultati che ne vengono fuori, insomma, non dovrebbe sorprendere che alcuni medici non presentino questi studi”.
Fonte: www.nytimes.com
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