TERAPIA BREVE DEI DISTURBI D'ANSIA (PANICO, FOBIE, OSSESSIONI)

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DISTURBI D'ANSIA (OSSESSIONI, PANICO, FOBIE)
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PSICOLOGIA DEL DIMAGRIMENTO
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Dr. Armando De Vincentiis (Psicologo specialista in Psicoterapia)



PSICOTERAPIA
(individuale, di coppia e famigliare)

aree di intervento

- terapia breve (strategica - relazionale)
- disturbi d'ansia (panico, ossessioni, fobie)
- disturbi depressivi
- disturbi del comportamento alimentare
- counseling psicologico nelle diete dimagranti
- dipendenze da tabacco
- disturbi della sessualità
- problematiche relazionali
- disturbi della personalità
- psicodiagnosi





(immagine) A Famly di Fernando Botero



Dr. Armando De Vincentiis  iscritto a Medicitalia.it | il motore di ricerca dei medici italiani




LE NOSTRE CONVINZIONI POSSONO FARCI AMMALARE?

La gente deve essere sempre …. È giusto che in amore ci sia…. in ogni coppia deve esserci sempre….
Questi sono esempi di idee o convinzioni radicate nella mente di ogni individuo e che fanno sentire il loro effetto sul comportamento influenzandone fortemente le scelte.
Quante volte nel corso della nostra vita ci siamo sentiti incompresi, delusi o illusi di fronte a situazioni in cui gli eventi si sono manifestati attraverso modalità completamente opposte al nostro modo di vedere le cose e l’incapacità di non essere stati in grado di modificarli ci ha lanciato in veri e propri vortici di disperazione?

In quante occasioni all’interno di un gruppo di amici siamo rimasti sbalorditi dall’atteggiamento immorale di qualcuno? Ed ancora quante volte siamo rimasti scandalizzati o addirittura inorriditi da qualche strana richiesta sessuale di un nostro partner a tal punto da allontanarci da quest’ultimo?
Ogni individuo durante il corso della vita ha affrontato una esperienza del genere, tutti hanno incontrato una dimensione così diversa dalla propria visione del mondo da mandare in tilt le proprie credenze e le proprie convinzioni. Di fronte a tali situazioni ogni essere umano ha sempre reagito mettendo in atto una serie di soluzioni o di tentate tali affinché potesse affrontare o evitare il disagio derivante da questa esperienza.

Tuttavia non entriamo nel merito dei meccanismi che un individuo applica per difendersi da queste tentate soluzioni ma vogliamo osservare come delle idee o delle convinzioni si incarnino nella mente degli individui a tal punto da trasformarsi in veri e propri Miti, e sono proprio tali miti che, se delusi, creano uno stato di malessere profondo. Tutte le volte che abbiamo avuto una esperienza di delusione in un rapporto amoroso o di fiducia oppure tutte le situazioni in cui siamo entrati in contrasto con qualche idea moralmente diversa dalla nostra e ci siamo sforzati affinché portassimo dei cambiamenti con la convinzione di avere la soluzione giusta, unica e definitiva, siamo stati vittime di quella che alcuni ricercatori californiani definiscono sindrome da utopia
Questa sindrome altro non è che l’espressione di quei miti di cui abbiamo accennato, ossia delle convinzioni che, radicate nella mente, spingono un individuo a determinati comportamenti il più delle volte disfunzionali in quanto, il tentativo di adattare il mondo alle nostre credenze è quasi sempre destinato a fallire.

Non si sta riferendo a idee politiche o religiose, progetti economici o di vita, ma ci si riferisce a quelle credenze che nascono da un tipo di educazione e/o di esperienza che hanno formato un determinato modo di pensare. Ci riferiamo all’irrigidimento nei confronti di queste idee personali il cui cambiamento viene vissuto soggettivamente come sbagliato, contrario alla propria morale e/o come un tradimento verso la propria educazione. Nell’ambito di una coppia o di una famiglia il cosiddetto PROBLEMA nasce dell’irrigidimento del nostro pensiero o comportamento su determinati miti.
Il mito, quindi, altro non è che una convinzione personale su come un comportamento dovrebbe essere. Tali miti vengono appresi nel tempo e si auto-rinforzano sulla base di una logica paradossale. Una esperienza positiva ci conferma che quella convinzione (mito) di cui siamo possessori sia giusta, una esperienza negativa ci conferma che in quell’occasione la nostra convinzione (mito) sarebbe stata comunque giusta e ci si sente frustrati per non essere stati in grado di imporla al mondo esterno. Se siamo felici il mito si radica sempre più, se abbiamo un malessere, il tentativo di eliminarlo ci spinge ad irrigidirci su tale mito rinforzandolo ancora di più alimentando paradossalmente il nostro malessere esistenziale..

I miti si tramandano da una generazione all’altra proprio come i geni e si annidano nella mente attraverso processi di imitazione o interiorizzazione di alcuni modelli comportamentali o modi di pensare della propria famiglia, dei propri genitori, dei propri nonni, fratelli o gruppi sociali a noi vicini. Modelli di pensiero che assumono significati di giustezza, di valori e verità assoluta che vengono sostenuti e approvati da chi ci sta intorno. Convinzioni, quindi, che se imposte al mondo ci renderanno illusoriamente giusti e felici. I miti ci spingono verso una visione utopistica del mondo, quella visione ideale, seppur soggettiva e soprattutto illusoria, di come le cose dovrebbero essere.
Dall’esperienza psicoterapeutica è possibile tracciare qualche esempio concreto di mito radicato nella mente di un individuo, un mito che fa spesso capolino quando in seduta d’avanti al terapeuta un uomo, una coppia o una famiglia si esprime. Qualche mito concreto darà meglio il senso del discorso che stiamo affrontando.

-bisogna amarsi ed accettarsi per quello che si è
-non bisogna chiedere ma aspettare che l’altro spontaneamente dia
-certe richieste sono immorali
-una donna non deve prendere iniziative altrimenti è una poco di buono
-il proprio partner deve spontaneamente non guardare altre donne o altri uomini
-chi vede film porno è immorale e perverso
-chi si masturba in età adulta è immaturo frustrato e/o immorale
-una donna non deve masturbarsi
-ogni uomo deve essere sessualmente sempre pronto e non fallire mai
-quando si ama ogni richiesta deve essere sempre soddisfatta
-per me deve fare ogni sacrificio
-Finché si è in casa dei genitori bisogna rispettare le regole.

Questi esempi sono solo una parte delle migliaia di convinzioni utopistiche che albergano nelle menti degli individui ad alcune di queste sono certo di natura nobile e apparentemente giuste così come è anche giusto che gli esseri umani siano portatori di idee personali, tuttavia quando la loro imposizione al mondo diventa difficile o quando diventano mete irraggiungibili poiché in contrasto con filosofie differenti, si crea il cosiddetto problema. E’ il nostro mito che diventa l’autore del conflitto e della sofferenza. Quando il mito acquista un valore di verità assoluta, universale e immodificabile esso diventa patogeno, un vero e proprio parassita mentale che ci impedisce di entrare in contatto con chi ci sta di fronte e non ci permette di capire che il nostro è solo uno dei modi possibili di intendere la vita. Non possiamo avere l’idea illusoria di elevarlo a verità assoluta poiché il mito è l’espressione della nostra nicchia di appartenenza e che la famiglia della porta accanto avrà altri miti radicati e ciò che è giusto per noi non è giusto per l’altro.

Il mito nasce anche dal desiderio profondo che abbiamo su una determinata cosa e su come vogliamo che un comportamento debba essere. Ed anche in questo caso è solo un nostro desiderio che tentiamo di evolvere a realtà universale che cozza con una realtà oggettivamente differente della nostra. Cambiare il proprio mito rappresenterebbe tuttavia una fonte di malessere in quanto, quasi per una sorta di economia mentale, il cambiamento porterebbe ad uno stato di apparente disequilibrio verso il quale ci difenderemmo con tutte le forze poiché l’idea conflittuale che balenerebbe sarebbe quella che mettendo da parte il mito tradiremmo l’eredità culturale dei nostri cari. Ed ecco la battaglia con il mondo o con sé stessi, ecco come contribuiamo a costruirci il conflitto e la sofferenza mettendo in atto quegli atteggiamenti tipici della sindrome da utopia.

Alcuni attribuiscono l’incapacità di raggiungere i propri miti agli ostacoli del mondo esterno colpevolizzando quindi gli altri dei propri insuccessi e delle proprie sofferenze .
Altri attribuiscono a sé stessi questa incapacità quindi colpevolizzandosi e sentendosi delusi di sé stessi, non considerando che tale incapacità risiede appunto nella meta che ci si pone, una meta che, come abbiamo visto, risulta utopistica e quindi irraggiungibile. Questa incapacità è il nocciolo del problema che noi stessi abbiamo costruito.
Apparirà chiaro come dal mito si possano aprire le porte verso sindromi depressive o conflitti famigliari e di coppia. In quest’ultima soprattutto, il mito rappresenta un vero e proprio terzo incomodo profondamente disturbante in grado di allontanare due individui o di renderli infelici

Armando De Vincentiis
tratto da Medicitalia.it






PERCHE' SPESSO GLI ANTIDEPRESSIVI "NON" FUNZIONANO?

Capita spesso di incontrare pazienti che, nonostanto utilizzino o abbiano utilizzato antidepressivi di ogni genere per disturbi sia depressivi sia di ansia, non ottengono risultati significativi.
Una risposta interessante ci è data da uno studio apparso su una delle più prestigiose riviste mediche internazionali, il New Englan Journal of Medicine...

Lo studio ha evidenziato che i produttori di antidepressivi come il Prozac e il Paxil non hanno mai pubblicato i risultati negativi di circa un terzo degli studi farmacologici da loro condotti per ottenerne l’approvazione governativa, fuorviando i medici e i consumatori circa la reale efficacia dei farmaci.

Negli studi pubblicati, in cui si confrontava l’efficacia dell’antidepressivo rispetto al placebo, circa il 60% dei pazienti cui veniva somministrato il farmaco presentava un significativo miglioramento della depressione, rispetto a circa il 40% di quelli che miglioravano senza assumerlo (pazienti trattati con placebo). Ma se si includono gli studi meno positivi e mai pubblicati nella letteratura scientifica, il vantaggio dell’antidepressivo sul placebo si assottiglia drasticamente.

Una precedente ricerca aveva trovato un simile errore statistico nei confronti dei risultati ritenuti positivi per una varietà di farmaci; e molti ricercatori avevano posto in dubbio l’efficacia degli antidepressivi. Questa nuova analisi, che rappresenta una revisione dei dati ottenuti da 74 studi con l’impiego di 12 farmaci, è la più approfondita e aggiornata. E riesce a documentare una grande differenza: mentre il 94% dei lavori con risultati positivi trovarono il modo di giungere alla pubblicazione, di quelli con risultati deludenti o incerti solo il 14% è stato pubblicato.

“Questo è uno studio molto importante per due ragioni” ha detto il Dr. Jeffrey M. Drazen, editore del The New England Journal. “Una è che quando si prescrive un farmaco, vorremmo essere sicuri di ragionare con i migliori dati disponibili; voi non comprereste della merce conoscendo solo 1/3 della verità su di essa”.

La seconda ragione è che “si deve avere rispetto delle persone che hanno accettato di sottoporsi alla sperimentazione in uno studio clinico”.

“Queste persone si sono sottoposte ad un certo rischio nel partecipare allo studio, e poi la casa farmaceutica nasconde i risultati?” – si domanda.

In questo studio, un gruppo di ricercatori ha iniziato con l’identificare tutti gli studi sugli antidepressivi presentati alla FDA per ottenere l’approvazione dell’agenzia dal 1987 al 2004. Negli studi sono stati coinvolti 12.564 pazienti adulti con lo scopo di valutare l’efficacia di farmaci come il Prozac della Eli Lilly, lo Zoloft della Pfizer e l’Effexor della Wyeth...

Per i farmaci approvati più recentemente, i ricercatori ottenevano i dati mai pubblicati dal sito della F.D.A. Per quelli più vecchi, essi sono andati a scovare copie cartacee di studi mai pubblicati tramite colleghi o usando il Freedom of Information Act. Hanno inoltre scritto alle case farmaceutiche che hanno condotto gli studi per chiedere se eventualmente fossero stati pubblicati...

Gli autori hanno trovato che 37 dei 38 studi che l’FDA ha potuto vedere e che avevano risultati positivi erano pubblicati su riviste scientifiche. L’agenzia ha potuto analizzare 36 altri studi con risultati fallimentari o non convincenti, dei quali solo 14 erano stati pubblicati...

Il Dr. Turner,psichiatra ed ex recensore per l’FDA, afferma che il riportare, dopo averli selezionati, solo gli studi favorevoli provoca delusione nei pazienti. “Il fatto è che, io penso, le persone che desiderano prendere un antidepressivo dovrebbero essere più guardinghe nell’assumerlo, e non rimanere colpite se non funziona o credere che sia un farmaco sbagliato per loro”.

Per i medici, ha aggiunto “Ora possono smettere di chiederci ‘com’è che questi farmaci sembrano funzionare così bene in tutti gli studi e io non ottengo la stessa risposta?’”.
Il Dr. Thomas P. Laughren, direttore della divisione dei prodotti psichiatrici alla FDA, afferma che l’agenzia si è da molto tempo resa conto che gli studi con risultati favorevoli sono quelli pubblicati con maggiore probabilità nei giornali scientifici. “E’ un problema con cui stiamo combattendo da anni” ha dichiarato in un’intervista. “Non ho alcun problema ad accedere pienamente a tutti gli studi clinici; la questione per noi è come fare a mettere tutto dentro un foglietto illustrativo del farmaco”.

Il Dr. Donald F. Klein, professore emerito di psichiatria alla Columbia, ritiene che i produttori di farmaci non siano i soli ad essere riluttanti a pubblicare risultati non convincenti. Le riviste scientifiche, e anche gli stessi autori, possono lasciar cadere studi che sono deludenti. “Se quelli sono dati che hai conservato privatamente, e non ti piacciono i risultati che ne vengono fuori, insomma, non dovrebbe sorprendere che alcuni medici non presentino questi studi”.

Fonte: www.nytimes.com
 

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